Corsera vs Fiat

Si discute di piani egemonici delle “élite”, che vorrebbero sostituire il loro interesse alla sovranità popolare, si preannuncia invece uno sconquasso interno all’establishment finanziario e industriale che potrebbe assumere proporzioni inusitate. Con l’aria di proporre un’analisi prevalentemente tecnica, Massimo Mucchetti ha scagliato pesanti accuse alla famiglia Agnelli, sulle pagine del Corriere della Sera.
20 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 20:02
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Si discute di piani egemonici delle “élite”, che vorrebbero sostituire il loro interesse alla sovranità popolare, si preannuncia invece uno sconquasso interno all’establishment finanziario e industriale che potrebbe assumere proporzioni inusitate. Con l’aria di proporre un’analisi prevalentemente tecnica, Massimo Mucchetti ha scagliato pesanti accuse alla famiglia Agnelli, sulle pagine del Corriere della Sera. Già questo fatto di per sé è del tutto inusuale. Il Corriere è insieme il sismografo e il portavoce degli equilibri dell’establishment, che il suo direttore Ferruccio de Bortoli conosce e interpreta meglio di chiunque altro. Un attacco di questo tipo e in quella collocazione sarebbe un avvenimento, persino indipendentemente dal contenuto, che è invece anch’esso assai indicativo. Invece di usare i quattrini raccolti attraverso un’emissione obbligazionaria giustificata con l’esigenza di rafforzare la Fiat, la finanziaria degli Agnelli intenderebbe acquistare da Intesa, banca della quale è azionista rilevante, la Fideuram, ma la Compagnia di San Paolo, principale azionista della banca, nicchia e non intende mettere l’operazione Fideuram all’ordine del giorno, almeno per ora.

E’ evidente che se neppure il concerto tra Fiat e Intesa è garantito, nel gioco dei rapporti interni al sistema finanziario-industriale, non è più garantito nulla. Per quale delle due parti si schieri il Corriere lo si può arguire dalle critiche, alcune persino ingenerose, di Mucchetti non soltanto alla proprietà ma anche alla direzione operativa della Fiat auto. Si vedrà dall’evoluzione futura dell’operazione Fideuram, dalla sua effettiva realizzazione o dal suo abbandono, come andrà a finire il braccio di ferro che è stato svelato e denunciato.
Quel che risulta fin d’ora piuttosto chiaro è che la compattezza dell’establishment, piccolo o grande che sia, subisce un rapido e impensato deterioramento. E’ ragionevole pensare che, in una condizione così particolare, le élite possano trovare l’unità necessaria per porsi come soggetto effettivamente condizionante dell’evoluzione politica nazionale? Si direbbe di no, anche se non si può dimenticare come ottant’anni fa da élite altrettanto divise nacque la spinta a mettere da parte l’equilibrio giolittiano per correre l’avventura della Prima guerra mondiale, realizzata attraverso un colpo di palazzo che rese impotente la maggioranza parlamentare neutralista. I tempi sono diversi, la base democratica dell’istituto parlamentare è più ampia di allora, il che rende puramente suggestivo qualsiasi confronto. Un establishment che oggi appare diviso da contrasti laceranti è meno forte, il che però non garantisce che qualche settore avventurista non cada nella tentazione di “buttarla in politica”.